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Fonetica/fonologia e sordità… Per chi lavora come educatore nell’ambito della sordità è fondamentale la consapevolezza di quanto la comunicazione verbale sia un atto complesso.

Esso è dato da un insieme articolato di componenti cognitivi, neuronali, motori, fisici e meccanici (Albano Leoni, Maturi 1998). Nella quotidianità infatti il parlato non è semplicemente definibile come un insieme di frasi costituite da parole, articolate a loro volta da suoni ben distinti, ma costituisce un continuum caratterizzato da una prosodia che regola l’emissione e la percezione di un blocco comunicativo.

A seconda della situazione, il parlante può pronunciare lo stesso enunciato in una varietà infinita di modi che vanno dal parlato iperarticolato, più accurato e scandito, a quello ipoarticolato più informale e trascurato (Ibidem).

La scienza che si occupa di questi fenomeni è la fonetica[1] (dal greco phonè “voce, suono”) che «studia i suoni prodotti e percepiti dagli esseri umani per comunicare verbalmente» (Ibidem p. 19).

Tali suoni vengono chiamati foni.

Tra tutti i foni riproducibili, ogni lingua ne identifica un certo numero che la costituiscono: questi suoni distintivi di una lingua sono chiamati fonemi, e sono studiati dalla fonologia, che ne indaga l’organizzazione ed il funzionamento.

Vediamo quali sono i principali contenuti della fonetica articolatoria che si basa sulla descrizione di ciò che accade nel parlato iperarticolato[2].

I foni sono prodotti attraverso l’emissione dell’aria dai polmoni all’esterno[3].

In questo “viaggio” l’aria può incontrare diversi ostacoli, dati dal restringimento o occlusione dello spazio per effetto del movimento di alcuni organi.

Inoltre ci può essere la vibrazione delle corde vocali e, in alcuni foni, l’aria può passare dalle cavità nasali.

Data questa premessa i foni si distinguono in tre categorie:

  • vocali;
  • consonanti;
  • semivocali.

 Le vocali sono prodotte con la vibrazione delle corde vocali.

La posizione della lingua e delle labbra determina il diverso timbro della vocale.

Nell’italiano standard[4] le vocali sono sette (v. Fig. 1).

fonologia

Le consonanti sono, invece, prodotte con un significativo restringimento del canale fonatorio.

A seconda dei parametri, ovvero del luogo nel quale si opera il restringimento e dal modo con il quale viene effettuato, compresi la vibrazione o meno delle corde vocali ed il passaggio dell’aria dal naso, si definiscono le diverse consonanti (v. Tab. 1).

fonologia 1

I luoghi sono:

  • labbra (c. labiali);
  • denti superiori e labbro inferiore (c. labiodentali);
  • punta della lingua e alveoli superiori dei denti (c. dentali);
  • dorso della lingua e palato (c. palatali);
  • dorso della lingua e velo del palato (c. velari).

I modi sono:

  • ostacolo completo al passaggio dell’aria (c. occlusive);
  • restringimento del canale fonatorio, ma senza occlusione (c. fricative);
  • occlusione seguita da uno sfregamento (c. affricate);
  • uscita dell’aria dal naso (c. nasali);
  • passaggio dell’aria ai lati della lingua (c. laterali);
  • vibrazione della lingua (c. vibranti).

La vibrazione delle corde vocali dà origine alle consonanti sonore, mentre quelle prodotte senza vibrazione sono dette sorde.

Infine, le semivocali (o semiconsonanti o approssimanti), di due tipi, anteriore e posteriore, hanno, come si intuisce dalle denominazioni, caratteristiche parziali sia delle vocali sia delle consonanti, ovvero sono realizzate con un’ostruzione parziale al passaggio dell’aria (ma non tale da originare una consonante).

Due esempi sono:

  • semivocale anteriore: pieno;
  • semivocale posteriore: uo

Gli alfabeti storici (quelli che tutti conosciamo come Alfabeti) sono tentativi di rendere graficamente il parlato. Tuttavia, dato che la lingua parlata si modifica in modo più veloce e complesso rispetto allo scritto, ecco che l’evoluzione degli alfabeti storici ha portato ad alcune non corrispondenze tra scritto e parlato (in quantità maggiore o minore a seconda delle lingue, si pensi all’inglese che presenta una distanza maggiore tra scritto e parlato se confrontata con l’italiano).

Anche nella nostra lingua sono presenti queste non corrispondenze: ad esempio il grafema C corrisponde a due suoni distinti (quelli in casa e cena).

In presenza di difficoltà percettive e linguistiche queste non corrispondenze non sono solo un problema ortografico, ma diventano un ulteriore elemento di complessità per i bambini sordi.

I foni, a loro volta, si organizzano in sillabe, utilizzate dai parlanti come “mattoni” nella costruzione della parola. La sillaba è sempre costituita da una vocale che può presentarsi da sola, o in strutture diverse, come:

  • consonante+vocale;
  • consonante+consonante+vocale;
  • vocale+consonante;
  • semivocale+vocale.

A complicare la situazione, nell’atto pratico del parlare, vi è il fatto che solo in ambiti iperarticolati i suoni vengono prodotti in modo chiaro ed inequivocabile.

Nel parlato quotidiano avvengono, infatti, continui fenomeni di co–articolazione: in pratica, il passaggio veloce tra un fono e l’altro può determinare variazioni nella produzione degli stessi causati da un’inerzia degli organi articolatori che non sempre riescono a raggiungere la posizione “teorica”.

Ad esempio in m‒a‒mm‒a, le vocali che dovrebbero, nell’italiano standard, essere articolate senza il passaggio dell’aria dal naso, potrebbero invece essere prodotte in versione nasale a causa del contesto di consonanti nasali. Si dice perciò che è avvenuta un’assimilazione, cioè un avvicinamento articolatorio di un suono al contesto.

Questi fenomeni risultano intuitivamente comprensibili se solo pensiamo a quali e quanti movimenti (e con quale velocità) sottoponiamo il nostro apparato fonatorio, nell’atto di pronunciare una semplice frase. In questi casi la competenza linguistica permette ai parlanti di capirsi ugualmente, mentre parlando di situazioni come la sordità o, in generale, di limitata conoscenza della lingua (pensiamo agli stranieri) questo aspetto ha ricadute importanti sul grado di comprensione.

Inoltre, per completare il quadro, è utile fare un accenno ad alcuni fatti detti prosodici o sovrasegmentali, riguardanti l’uso della voce.  Essi sono la durata, l’intensità e l’altezza della produzione articolatoria.

L’utilizzo di questi parametri è di volta in volta determinato da diversi fattori, come la realizzazione complessiva dell’enunciato,  l’organizzazione dello stesso in unità minori, la messa in evidenza di alcune parti, i nostri stati d’animo, le intenzioni comunicative, ecc.

Questi fenomeni danno luogo tra l’altro sia all’accento[5], che in italiano è realizzato con un maggiore volume (cioè una maggiore altezza) in corrispondenza della sillaba tonica della parola, sia all’intonazione, data dalla curva melodica (a sua volta determinata dal variare dell’altezza) realizzata nel produrre un gruppo tonale, cioè la parte di catena nel parlato realizzata con una sola emissione della voce. L’accento fonico ci permette ad esempio di distinguere tra “prìncipi” (delle fiabe) e i “princìpi” (di una teoria), mentre l’intonazione ci aiuta a distinguere tra un’affermazione (prodotta senza modificazione di altezza) e una domanda (prodotta con un aumento dell’altezza).

La durata influisce sulla realizzazione del fono come breve o lungo. In italiano, l’unica distinzione pertinente[6] è l’allungamento consonantico, quello che graficamente viene realizzato con l’uso delle doppie[7]. La durata ci permette quindi di distinguere ad esempio tra le due parole “tono” e “tonno”.

NELLA SORDITÀ

A fronte di tale complessità, quali sono gli errori più frequenti nel parlato  nella sordità a livello fonetico? Possono presentarsi: duplicazioni e ripetizioni di sillabe, sostituzioni di fonemi o classi di fonemi con altri più facilmente articolabili, omissione di alcuni fonemi o sillabe, riduzione di alcuni gruppi consonantici e assimilazione di consonanti per influenza di altri fonemi presenti nella stessa parola (Gisoldi 2007).

Ad esempio in:

vano a cassa (vanno a casa);

fredo (freddo);

alora ha avuto un’itiera (allora ha avuto un’idea);

il cane è atato (il cane è andato);

ha chieso (ha chiesto);

scogliatolo (scoiattolo);

quando (quanto);

tami il magiare (dammi il mangiare).

Queste difficoltà sono spiegabili alla luce del fatto che il bambino, nella.sordità non è, a differenza di quello udente, esposto ai suoni della propria lingua fin dal grembo materno. Infatti il bambino udente, a pochi giorni di vita, già reagisce in modo diverso nel sentire la lingua madre[8] e in pochi anni acquisisce la competenza fonologica della propria lingua.

Secondo alcuni autori, dopo una prima fase, detta critica, che ha un termine[9], un individuo sarà sì in grado di acquisire la fonologia di una nuova lingua, ma difficilmente in modo completo, rimanendo uno “scarto” definito comunemente dai madrelingua come accento straniero.

Nella sordità, il bambino, privato della naturale esposizione alla lingua madre, è invece sottoposto ad un impegnativo iter riabilitativo, con risultati diversi in termini di abilità articolatorie.

[1] In questo capitolo facciamo riferimento alla fonetica articolatoria, che descrive la produzione dei suoni, tralasciando invece la fonetica acustica e percettiva.

[2] La descrizione di tale organizzazione e funzionamento è resa trascrivibile attraverso l’uso dell’ IPA (International Phonetic Association), tuttavia per una maggiore fruibilità del presente testo, si è scelto di non utilizzare questo strumento. Per la tabella ipa dei suoni delle lingue v. Berruto 2006.

[3] Sulla descrizione della fonazione e dei foni, sulla co–articolazione e sui tratti sovra–segmentali v. Berruto 2006 e Albano Leoni, Maturi 1998.

[4] Nella descrizione dei fonemi si fa riferimento all’italiano standard. A seconda dei luoghi geografici sono possibili alcune variazioni (Serianni 1989).

[5] Parliamo qui di accento fonico, da non confondere con quello grafico, utilizzato nell’ortografia.

[6] Pertinente in quanto dà vita ad una coppia minima. Per coppia minima si intendono due parole che si distinguono per un solo suono es. pane e rane.

[7] Segnaliamo qui la differenza tra il concetto fonetico di suono lungo e quello ortografico di doppia: la parola “mamma”, ad esempio, foneticamente contiene un suono lungo (m), mentre ortograficamente è presente un raddoppio del grafema (diviso tra l’altro, nella suddivisione in sillabe mam–ma).

[8] Per una panoramica sugli studi effettuati relativamente ai primi giorni/mesi di vita del bambino v. Pinker 1997.

[9] Sulla delimitazione della fase critica, definita secondo altri sensibile è aperto il dibattito. Per una panoramica v. Chini 2005.

Dott.ssa Emanuela Valenzano, Linguista.

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